Nacque al mondo un sole

Riproponiamo la riflessione di Daniele Ferron nella prima serata in preparazione alla Festa di San Francesco. Una lettura che ci aiuta ad entrare in una visione di santità incarnata nell’umano.

«Nacque al mondo un sole»: così Dante, nell’XI canto del Paradiso, descrive emblematicamente San Francesco, per bocca di Tommaso d’Aquino. Nella nostra chiesa di San Daniele, possiamo ammirare, dipinta dal pittore Adolfo Mattielli proprio la gloria di San Francesco, come probabilmente l’aveva immaginata Dante nella sua Commedia, e sull’angolo in basso a destra dell’affresco vediamo il Sommo Poeta ritratto mentre detta i suoi versi celebri.

Nella prima lettura, tratta dal Siracide, che ascolteremo domenica, in occasione della Solennità di San Francesco, viene ritratto il sommo sacerdote Simone, che ricostruito il tempio di Gerusalemme si affaccia alla sua porta sfolgorante come il sole (Sir 50,7). Il sommo sacerdote è immagine speculare di Francesco, il quale, con la vocazione di ricostruire la Chiesa datagli dal crocifisso di San Damiano, è stato un sole che ha illuminato l’umanità, non solo nel Medioevo, ma ancora oggi.

Il sole è metafora di luce e calore, ci dona vita: Francesco lo chiamava frate sole nel Cantico delle Creature. Ma il sole che è Francesco ancora per noi oggi, cosa illumina? Cos’ha da insegnare a noi, donne e uomini del XXI secolo, la vita e la santità del poverello d’Assisi?

Santità ed umanità, nella fede cristiana, coincidono. Essere santi significa essere pienamente umani, per noi cristiani, come è stato pienamente uomo il Signore. Francesco ha incarnato questa piena umanità. Alla vigilia del Transito, di cui festeggiamo l’800° anniversario, vorrei dare uno scorcio non usuale sulla santità di Francesco, partendo da un episodio tratto dalle fonti francescane, che si riferisce proprio al momento della sua morte.

Prima di morire Francesco desidera vicino a sé una donna, sua carissima amica. È Madonna Jacopa dei Sette Sogli, chiamata anche frate Jacopa, vedova nobildonna romana, a cui il santo tramite lettera, manda a chiedere il panno dove essere avvolto per la sepoltura, e dei dolcetti, dei buonissimi biscotti al miele, che ella preparava a Francesco quando era a Roma. La storia vuole che la donna, ispirata dallo Spirito Santo, si metta in viaggio anticipatamente, e proprio mentre Francesco sta terminando di dettare la lettera (si ricordi che Francesco era illetterato), si presenti alla Porziuncola con quanto richiesto dal Santo. Sarà l’unica donna presente, insieme ai frati, al Transito

A donna Jacopa, serva dell’Altissimo, frate Francesco poverello di Cristo, augura salute nel Signore e la comunione dello Spirito Santo. Sappi, carissima, che Cristo benedetto, per sua grazia, mi ha rivelato che la fine della mia vita è ormai prossima. Perciò, se vuoi trovarmi vivo, vista questa lettera, affrettati a venire a Santa Maria degli Angeli,  poiché se non verrai prima di tale giorno, non mi potrai trovare vivo. E porta con te un panno di cilicio in cui tu possa avvolgere il mio corpo e la cera per la sepoltura. Ti prego ancora di portarmi di quei dolci, che eri solita darmi quando mi trovavo ammalato a Roma.

Dentro questo avvenimento, si può scorgere tutta la pienezza della santità di Francesco. Nel momento della morte egli desidera avere accanto un’amica, e desidera gustare quei dolci che lei gli preparava. Desidera, cioè, vivere la bellezza degli affetti e delle piccole cose gustate in vita, che dicono la profondità delle relazioni che ha vissuto. Francesco, il santo della povertà, manifesta qui tutto l’amore che nutre cristianamente per la vita, e ci insegna che quella povertà che ha proclamato incessantemente nella sua esistenza non significa distacco o disprezzo, ma profonda accoglienza dei doni che riceviamo. Poiché ha un cuore da povero, cioè un cuore libero da affanni e attaccamenti, sa dare un valore profondo a ciò che riceve come dono dalla vita.

Questo aneddoto della vita del Santo, si ricollega bene al vangelo di domenica, dove, proprio in un momento di crisi in cui Gesù si scontra con l’incredulità della gente, nonostante i molti miracoli e segni che aveva appena compiuto, il Signore pronuncia una preghiera di lode, in cui ringrazia di come, i segreti dell’amore di Dio, siano rivelati proprio ai piccoli, cioè alle persone umili e semplici. Dio si incarna nelle pieghe della nostra vita quotidiana, nell’amore ordinario che costruiamo giorno per giorno insieme alle persone a cui vogliamo bene e nelle situazioni che incontriamo. Un amore che parte proprio dai piccoli gesti, come dei biscotti al miele, appunto.

Alla pari di Francesco siamo chiamati a ricostruire un mondo ferito. Questo è il compito dei cristiani, essere sale della terra e luce del mondo, ed è l’eredita che Francesco, con il suo Transito, ci lascia, attraverso il modo con cui ha voluto morire, che riflette come ha vissuto. Questo nel concreto significa apprezzare in profondità i doni belli che la vita ci offre, nella semplicità d’ogni giorno; ma anche saperci confrontare con autenticità nelle relazioni quando non sono facili, quando bisogna dire verità scomode, e stare nei momenti difficili e a volte dolorosi.

San Paolo, a proposito di questo, ci ricorda, nella Lettera ai Galati, di cui ascolteremo gli ultimi versetti sempre domenica, che nessuno è escluso dalla croce: ma quel dolore, che sembra non avere senso e che attraversa le nostre vite inevitabilmente, è stato trasformato dal Signore, e se vissuto con Lui non ha l’ultima parola, rendendoci «nuove creature». Francesco portava le stigmate, come ognuno di noi porta i segni dei propri dolori.

Se sappiamo accogliere la vita nella sua interezza sapremo gustarla e gioirla, proprio come hanno fatto Francesco e tutti i santi. Come ricorda Papa Francesco tutti abbiamo una santità ordinaria. Questa vita non è abbandonata, ma riempita di Dio, che se accogliamo, ci permette di vederla nella sua bellezza, proprio come ci ricorda il salmista che ascolteremo domenica: «Mi indicherai il sentiero della vita, gioia piena alla tua presenza, dolcezza senza fine alla tua destra» (Sal 16(15), 11).

Bibliografia

E. Ronchi, I baci non dati, 2007, Ed. Paoline.

Fonti Francescane, Lettera a Donna Giacomina (FF 253-255) e vedi I fioretti di San Francesco (FF 1946-1948).

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