San Francesco: dal sogno di sé al sogno di Dio

Omelia del nostro Vescovo Giuliano Brugnotto in occasione del Pellegrinaggio della Curia diocesana al Santuario di Lonigo per gli 800 anni dalla morte di Francesco d’AssisiLonig: Lonigo, 1 settembre 2026

Carissimi fratelli e sorelle,

accogliamo la parola dell’apostolo «Quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo» (Gal 6,14). Esse ci introducono bene in questo nostro pellegrinaggio, all’inizio di un nuovo anno pastorale, in un luogo segnato dalla spiritualità di san Francesco. Anche Francesco, infatti, giunse progressivamente a poter dire: non voglio più costruire la mia vita attorno a me stesso; il mio unico vanto, il centro della mia esistenza, e Cristo. Ma non fu così dall’inizio.

Mons. Felice Accrocca, attuale vescovo di Assisi, descrive con molta efficacia il giovane Francesco: «un giovane centrato essenzialmente su sé stesso, desideroso di stupire, di essere ammirato, non peggiore degli altri». Dio, perciò, non entrava ancora nei suoi progetti. Francesco sognava se stesso: il successo, la considerazione degli altri, una vita capace di attirare gli sguardi.

Prima di diventare uomo di pace, era stato anche uomo di guerra. Poi vengono la prigionia, la malattia, il fallimento di alcuni suoi sogni. Dio comincia a farsi strada proprio attraverso ciò che incrina il progetto che Francesco aveva costruito su di sé.

E accade qualcosa di decisivo: l’incontro con i lebbrosi cambia ii suo modo di vedere le cose.

Francesco stesso, nel Testamento, dirà che ciò che prima gli sembrava amaro gli fu cambiato «in dolcezza di anima e di corpo». Non cambia soltanto qualche comportamento. Cambia il suo sguardo. Cambia il criterio con cui giudica la vita. Colui dal quale istintivamente avrebbe voluto allontanarsi diventa il luogo nel quale Dio gli viene incontro.

È uno dei passaggi più importanti dell’esperienza cristiana: non siamo noi a stabilire in anticipo dove Dio debba manifestarsi. A volte Egli ci attende proprio là dove spontaneamente non andremmo.

Segue un tempo lungo e tormentato di ricerca. Francesco custodisce dentro di sé un segreto che non confida quasi a nessuno, «fuorché a Dio solo». E poi San Damiano. Davanti al Crocifisso, mentre prega, ascolta l’invito: «Francesco, va’ e ripara la mia casa».

Ancora una volta, tutto parte dall’incontro con Cristo. Prima dei progetti, prima delle opere, prima delle riforme, c’è un uomo che si lascia guardare dal Crocifisso.

Anche il Vangelo di oggi ci conduce qui: «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro». Gesu non dice anzitutto: fate questo o quello. Dice: «Venite a me». È sempre questo il principio della vita cristiana. E anche il principio di ogni autentico servizio ecclesiale.

Francesco inizialmente comprende alla lettera la parola ricevuta e si mette a riparare chiese. Ma mentre ripara pietre, Dio ripara lui. E mentre Dio ricostruisce la sua vita, Francesco comprende gradualmente che la casa da riparare e più grande: è la Chiesa, è il popolo di Dio, è quella fraternita che nasce dal Vangelo vissuto senza aggiunte e senza difese.

Mons. Accrocca sottolinea un periodo che rischiamo talvolta di dimenticare. Per circa due anni Francesco rimane nella sua città vivendo tra i poveri e come loro. cibo nelle strade che aveva percorso elegantemente vestito e a cavallo. Si mostra debole davanti a coloro che lo avevano ammirato o invidiato. Conosce il disprezzo, anche da parte di persone vicine.

Accrocca definisce questi due anni «il crogiuolo in cui purificò tante scorie… uno dei momenti più alti dell’intera esistenza». Forse e proprio qui che nasce veramente il Francesco che conosciamo. Non semplicemente nel gesto spettacolare della rinuncia alle ricchezze, ma nella lunga pazienza di lasciarsi spogliare interiormente.

Il giovane che voleva essere grande impara ad essere minore. E qui comprendiamo meglio il Vangelo: «Ti rendo lode, Padre, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli».

Francesco diventa piccolo. Ma la sua minorità non nasce da una visione negativa di sé, tanto meno da una sorta di disprezzo moralistico della propria persona. Francesco è piccolo perché è abitato dalla vertigine del Mistero. Quando l’uomo intravede qualcosa della grandezza di Dio, non ha più bisogno di mettersi al centro. Non deve dimostrare continuamente il proprio valore. Può finalmente essere libero.

E da qui nasce anche la sua letizia. Francesco non fu un uomo al quale furono risparmiate fatiche, turbamenti o ferite. La sua letizia non è una gioia «a voltaggio più basso», una forma di ottimismo ingenuo che ignora il dolore.

È una gioia passata attraverso il crogiuolo. È interessante ricordare che la parola letizia rimanda alla terra laeta, resa feconda perché concimata – letizia deriva da laetamem ciò che rallegra la terra. E una bella immagine: la letizia cristiana può nascere anche dal dolore che, attraversato e consegnato a Dio, diventa terreno fecondo.

Francesco arriva così a rivolgersi all’Altissimo Onnipotente chiamandolo, all’inizio del Cantico, «bon Signore». Davide Rondoni commenta con parole molto suggestive questa vertigine della bontà di Dio: Buono tu nel mistero della vita che ci fa piangere e ridere… Buono tu… che componi le amicizie e gli amori in modo bizzarro e pieno di ferite e di tremori».

È forse uno degli atti di fede più grandi che un uomo possa compiere: Buono Tu, anche quando non comprendo tutto. Buono Tu, anche quando la strada non è quella che avevo immaginato. Buono Tu, anche dentro ciò che rimane incompiuto o ferito.

Francesco ci ricorda che la Chiesa si rinnova quando qualcuno torna a mettersi davanti al Crocifisso e si lascia nuovamente raggiungere dalla sua voce. Prima ancora di «riparare la casa», occorre permettere al Signore di riparare noi, di convertire il nostro sguardo, di renderci più piccoli, più liberi, più fraterni. Solo così anche il nostro servizio può diventare evangelico. Egli ci aiuti a passare, ogni volta che sia necessario, dal sogno di noi stessi al sogno di Dio.

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