Riportiamo qui di seguito le parole che il nostro vescovo Giuliano ha pronunciato durante la veglia del Transito la sera di sabato 3 ottobre 2026
Meditazione alla Veglia del Transito di San Francesco Santuario Antoniano – Lonigo, 3 ottobre 2026
Fratelli e sorelle, questa sera abbiamo portato davanti al Signore una terra nuda, un pane spezzato, un canto, un catino d’acqua. E dentro questi segni abbiamo deposto tante vite: quelle inghiottite dal mare, quelle salutate da lontano durante la pandemia, quelle strappate dalle guerre e dalla violenza. Vite che attendono memoria, lacrime, preghiera. Qui, nel Santuario di San Daniele, le affidiamo al Signore insieme a Maria, che conosce il dolore di una madre e sa rimanere accanto. E ascoltiamo Francesco: «Laudato si’, mi Signore, per sora nostra Morte corporale, da la quale nullu homo vivente po’ skampare». Come si può chiamare sorella la morte? Come possono queste parole attraversare il pianto di chi ha perduto un figlio, la solitudine di chi non ha potuto dare un ultimo bacio, il silenzio di una tomba senza nome? Francesco pronuncia queste parole da un corpo sofferente. Non parla da lontano. È dentro la fragilità, dentro il dolore, dentro l’ultimo distacco. E lì riconosce una presenza: il Signore che lo ha chiamato alla vita lo attende ancora. La morte può essere sorella perché non può spezzare la fedeltà di Dio. Anche nell’ora in cui tutto ci viene tolto, rimaniamo figli amati. Francesco nudo sulla terra nuda ci riconduce alla nascita. Siamo venuti al mondo senza possedere nulla, affidati alle mani di qualcuno. E nell’ultimo passaggio abbiamo ancora bisogno di mani che ci accolgano. Fra la nascita e la morte, tutta la nostra vita domanda questo: essere accolti, imparare ad accogliere. Questa sera abbiamo ricordato le 368 persone morte nel naufragio del 3 ottobre 2013, al largo di Lampedusa. Sono 4.532 i profughi che, da giugno 2025 ad oggi, hanno perso la vita nel Mediterraneo Ricordiamo tutti coloro dei quali il mare custodisce il corpo e noi non conosciamo il nome. Ma un nome lo avevano. Qualcuno lo aveva pronunciato con amore. Qualcuno li aspettava. Dio continua a chiamarli per nome. La nudità di Francesco, liberamente scelta, ci renda vicini a chi è stato spogliato di tutto: della casa, della sicurezza, della possibilità di vivere. E ci insegni che ogni vita va custodita, soccorsa, accompagnata. Poi abbiamo contemplato Francesco che spezza il pane. Sta per lasciare i fratelli e offre loro un gesto di comunione. Le sue mani, ormai deboli, sanno ancora donare. Quel pane racconta una vita diventata fraternità; raccoglie la memoria della Cena di Gesù e la consegna a chi rimane. Durante la pandemia molti hanno dovuto attraversare il lutto senza un abbraccio, senza una veglia, senza il conforto di una comunità raccolta. E talvolta quel dolore è rimasto sospeso, senza parole. Il rito offre al dolore una casa. Ci permette di piangere insieme, di pronunciare un nome, di ringraziare, di chiedere perdono, di affidare. Ci aiuta a continuare a vivere custodendo il legame con chi ci ha lasciato. Anche questa sera possiamo farlo. Possiamo portare qui un saluto rimasto incompiuto. Il Signore accoglie anche le parole che allora non siamo riusciti a dire. Francesco, poi, canta. Il suo canto attraversa le lacrime. È la fiducia di un uomo che, dopo essersi lasciato amare da Cristo, può affidargli anche l’ultimo respiro. Pensiamo a chi muore sotto le bombe, a chi subisce violenza, a chi vede interrotta brutalmente la propria esistenza. Chiamare la morte sorella ci impegna ancora di più a contrastare ciò che uccide. Nessuno dovrebbe essere privato del tempo per vivere, per amare, per salutare. Il Padre raccoglie anche la consegna che una bocca non ha potuto pronunciare. Infine, abbiamo ascoltato il Vangelo della lavanda dei piedi. Gesù sa che è giunta la sua ora. E si china. Prende nelle mani i piedi dei discepoli. Alla soglia della morte compie un gesto che genera vita: ama, serve, lava. Qui comprendiamo la domanda che Francesco ci lascia. Dentro il nostro inevitabile «Perché moriamo?», egli fa risuonare un’altra domanda: «Perché viviamo?» Per che cosa spendiamo i nostri giorni? Chi trova riparo nella nostra presenza? Quale pane condividiamo? Davanti a quali ferite sappiamo chinarci? La vera nostra sfida è arrivare vivi all’appuntamento con la morte: con un cuore che abbia imparato ad amare, ancora capace di affidarsi e di ricevere amore, quando il corpo non può più fare nulla. Francesco aggiunge: «Guai a quelli ke morranno ne le peccata mortali; beati quelli ke trovarà ne le Tue santissime voluntati, ka la morte secunda no’l farà male». Ci ricordano che possiamo perdere il gusto della vita anche mentre viviamo: quando ci chiudiamo nell’odio, quando diventiamo indifferenti al fratello, quando rifiutiamo l’amore. Per questo chiediamo la grazia della conversione: lasciarci perdonare, riconciliare, ricondurre alla volontà del Padre. Gesù ci ha promesso: «Chi avrà perduto la vita per causa mia, la troverà». Francesco si affida a questa promessa. La sua morte racchiude una nascita. Come il dono di Gesù, annunciato nell’ultima Cena e compiuto sulla croce, apre nella risurrezione la via della vita eterna.
Signore, insegnaci a vivere. E quando verrà sorella morte, trovaci nel tuo amore. Nudi, forse, di ogni cosa, ma rivestiti della tua misericordia. Con la vita affidata alle tue mani, come un seme che attende di fiorire.

















